XVII.
Sono corsi parecchi anni, nei quali il castello è rimasto chiuso; l’erba è cresciuta folta intorno, fra le screpolature dei muri, fin sulla soglia della porta e sul davanzale delle finestre.
Ma un bel mattino di settembre quella porta e quelle finestre si aprono, e un torrente d’aria e di luce invade le stanze malinconiche.
Sul verone del salotto ottagonale un signore ed una dama, appoggiati alla ringhiera, discorrono tranquillamente e contemplano commossi il paesaggio. Le ondulazioni delle colline, l’orizzonte sono pieni di splendore, di colore e di trasparenze; di fronte a destra è un poggetto verde con una piccola cappella nel mezzo. È il cimitero del villaggio. Sotto la gronda della chiesuola contro il muro, due croci vicine segnano due fosse scavate nello stesso anno.
La dama guarda con amore quelle due croci lungamente, poi dice al compagno:
— È curioso, sai, stanotte mi sono addormentata coll’animo pieno del viaggio di stamane, ed ho fatto un sogno: mi pareva d’essere qui, e c’eri anche tu seduto accanto a me, e là sul canapè stava la nonna, e... poi nella poltrona c’era un altro, indovina? tuo nonno!
— Ah!
— Sì, e sembravamo tutti tranquilli, lieti, e si discorreva noi due insieme, e i nonni fra loro.
— Era proprio un bel sogno! — dice mestamente il signore.
La dama china la testa contro quella di lui, lo bacia e dice:
— No... almeno una parte è vera... e il resto... chissà!... io credo ai sogni.
Due bambini saltano per il salotto giocando e mandando giulivi gridolini di festa; e s’arrampicano sulle sedie e si specchiano colle testoline curiose l’una accanto all’altra. Poi il più piccolino mostra all’altro uno dei ghiribizzi che sta sopra una porta, una specie di drago che ha perduta la doratura ed è diventato nero come fuligine, — e dice con sbigottimento mezzo finto e mezzo vero:
— Guarda là, cos’è?
E il più grandicello, alzando il dito in atto di ammonimento, risponde:
— Zitto, è la befana.
Il povero drago ha la bocca spalancata come ad una risata enorme che lo spacca pel mezzo; egli pare tutto contento d’esser stato, una volta almeno, terribile.
Pasquale è là sull’uscio e non osa entrare; finalmente Giulio e Maria lo vedono e gli saltano al collo e gliene fanno di tutti i colori.
— E, senti, — gli dice alla fine Giulio, — se non vuoi che il tuo arboscello faccia pere-cotogne, innestalo.
FINE.
[ INDICE]
| Tenda e castello | [pag. 1] |
| Cascina e castello | [151] |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. In "Tenda e castello" ci sono due capitoli IV: sono stati lasciati come in originale. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.