XII.

Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di non accorgersi affatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua casa, il dottore gli dice:

— Avrei qualcosa da dirvi.

Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.

Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.

Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due ragazzi, che divorano cogli occhi il pane quotidiano.

La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della contessa, suole passar la notte.

Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta le spalle:

— Pasquale, voi non mi volete bene.

Ma l’altro è tutto intento a sorbire la sua monferrina, cioè l’ultimo piatto di minestra condita col vino.

— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la contessina... Non siete contento?

— No.

— E... perchè?

— Perchè tutto il paese ci trova a ridire.

— E cosa dice il paese?

— Ci vuol poco talento ad immaginarlo. Che la signorina è sola, è giovane, e che lei, signor medichino, non può avere delle buone intenzioni...

— Ah!... e voi, Pasquale, cosa ne pensate voi?

— Cos’ho da pensar io?

— Non credete ch’io sia amico sincero della contessina?

— No.

— Anche voi credete ch’io abbia delle cattive intenzioni?

— Sì.

— Ebbene, voi non mi conoscete.

— Ah!... ho lì nell’orto un pero cotogno. Questa primavera ne levai un messiticcio e l’ho piantato; fra due anni porterà frutto: io giurerei che anch’esso farà pere cotogne... e lei?

Il dottore rimane dolorosamente colpito da questo sillogismo metaforico e non sa cosa rispondere. Dopo un breve quarto d’ora Pasquale gli domanda brusco brusco:

— Cos’ha da dirmi?

— Oh... volevo... persuadervi che mi giudicate male.

— Che cosa glien’importa a lei dei miei giudizi?

— Me n’importa assai.

— Uh!

— Sì, me n’importa assai; perchè voi siete un brav’uomo, il migliore ch’io conosca; poi perchè voi siete il confidente, l’aiuto, il sostegno di una persona per cui io ho moltissima stima...

— Eh!

— Sì davvero.

— Sì! non v’è angheria e malignità che i suoi non abbiano fatta a quella povera famiglia; cose che gridano vendetta. Non parlo delle antiche, tutti le sanno; ma solo di quelle che ho viste io in questi ultimi dieci anni: appena occupato il castello l’hanno affittato a della canaglia: al ferraio che picchiava tutta la notte sull’incudine mentre la contessa era malata; ad Ambrogio che le faceva il letamaio sotto le finestre e glielo rivoltava tutti i giorni a mezzodì nell’ora del pranzo. Poi hanno cominciato a demolire con tanta buona grazia, che un muro comune rovinò e fu miracolo se la contessa non rimase sotterrata; poi le hanno lasciato rubare le tegole, intorbidar l’acqua del pozzo, saccheggiare il giardino, e l’hanno fatta schernire e ingiuriare da Maurizio ogni giorno... E ora lei mi dice che ha della stima! bell’avanzo per la contessina che non ha più casa, non ha più nulla, che ha il danno e le beffe di tutto il paese...

Pasquale s’è venuto a poco a poco scaldando e continua senza lasciar mezzo al dottore di aprir bocca.

— La cacciano di casa sui due piedi, senza carità, senza compassione, mentre è ancora mezza malata: questa è la stima. Le fanno una triste pubblicità, le fanno un’intimazione per mezzo d’usciere! E dopo questo lei vuol saper cosa penso io? io penso che lei dovrebbe lasciarla stare quella povera creatura; che dovrebbe lasciarle almeno quel po’ di buon nome che le resta. Il mio parere è questo; se le spiace, non so che farci; non doveva chiedermelo.

— Pasquale, voi avete ragione; ma sentite: di quello che hanno fatto... gli altri io non ho colpa... mi rincresce e, ve lo dico fermamente, qui a quattr’occhi, me ne vergogno per loro. Non ho saputo che oggi quest’ultimo affronto; se avessi potuto impedirlo l’avrei fatto. Vi giuro, Pasquale, che se potessi dire alla contessina: — Stia dov’è, faccia conto d’essere in casa sua; — darei non so cosa. Ma, voi lo sapete, il castello e tutte le antiche proprietà dei conti d’Ormeto appartengono a mio nonno, e con lui non si può parlare di nulla... io non posso per adesso far contro le sue volontà.

— Nessuno le chiede nulla a lei...

— Eppure io vorrei fare qualcosa: vorrei avere il mezzo di rimediare al male che si è fatto: son venuto qui per questo... perchè mi aiutiate a cercare questo mezzo...

Pasquale si volta allora per la prima volta, si alza dal tavolo su cui stava appoggiato colle gomita, viene a piantarsi in faccia al dottore e lo guarda con grande curiosità.

— Dunque, cosa mi dite?... — riprende Giulio.

— Ma!

— ... Se la contessina volesse... se si contentasse... vorrei farle una proposta... volete incaricarvene voi?

Il dottore s’appressa a Pasquale e gli sussurra nell’orecchio una sola parola che ha la virtù di mozzargli il fiato e fargli rifluire il sangue al viso.

— Come!... davvero? — esclama Pasquale non appena riesce a snodare la lingua.

— Vi do parola d’onore... Volete voi aiutarmi, Pasquale?

Pasquale leva un bicchiere dalla scansia, lo pone sopra un piatto di maiolica a fiorami turchini: lo riempie di vino e lo presenta al dottore.

Egli non aveva ancora offerto da bere al compagno, e questa mancanza, che colà non può essere involontaria, è uno dei più gravi insulti che un contadino dell’Astigiano vi possa fare.

Colma anche il suo bicchiere, e, sporgendolo per toccare col dottore, risponde alla domanda che questi gli ha fatta:

— Se lei parla da galantuomo, sì, con tutta l’anima.

Versa quindi nuovo vino al dottore e poi domanda:

— Dica un po’, quando?

— Ma... se la contessina... acconsente... io non chiedo altro... subito...

— Alla buon’ora!...

Il dottore vuole andarsene e Pasquale vuole accompagnarlo per discorrere. Ma per istrada nessuno apre bocca.

Sulla porta della cascina Pasquale dice sottovoce:

— Dunque, ho proprio da parlare alla signorina?

— Ma sì, ricordatevi che avete promesso d’aiutarmi... di far tutto quello che potete.

— E lo farò: ma guardi di far l’uomo, che poi non ci manchi!

— Non temete;... quando le parlerete?...

— Domattina.

— Bene, verrò io da voi a mezzodì a prendere la risposta... Mi raccomando!

Pasquale ritorna verso casa, e a poco a poco rallenta il passo come fosse sopraccolto da gravi e moleste riflessioni. Sull’uscio si ferma perplesso. Poi dà volta ancora e adagio adagio rifa la strada innanzi alla cascina, sale al castello; trova la moglie che sta per porsi a letto nella stanza attigua a quella della contessina e le chiede:

— Che fa la signorina?

— Dorme.

Egli esce, passeggia per qualche mezz’ora sulla spianata benchè soffi un rovaio indiavolato, poi scende, passeggia ancora a lungo innanzi e indietro con precauzione avanti la porta dei Bellardi, e finalmente si decide, di malavoglia, a ritirarsi. Egli ha un sospetto. Perchè la contessina ha voluto rimanere quella sera? Aveva parlato col dottore... Se fosse un tranello...


All’indomani per tempissimo egli è in piedi, ritorna al castello e quivi chiede di nuovo alla moglie:

— La contessina dorme?

— Certo che dorme; che volete che faccia a quest’ora? — risponde la donna stupita.

Egli allora ridiscende a girellare intorno alla cascina finchè, verso le nove, vede uscirne il medichino.

Questi gli corre incontro e gli domanda:

— Ebbene, le avete parlato?

— Non ancora... lei è ancora dello stesso sentimento?

— Certo... voi dubitate ancora di me...

— Che vuole, mi scusi, non mi posso ancora persuadere che lei sia un onest’uomo.

Il dottore sorride tristamente: il suo viso smorto dimostra ch’egli non ha fatto nottata troppo quieta.

— Vado adesso... Venga ad aspettarmi sulla spianata.

— Sì... Sentite, ditele per bene le cose: ditele che voglio renderle in bene tutto il male che... gli altri le han fatto.

E continua così le sue raccomandazioni fin che sono in cima. Quivi si separano, Pasquale si allontana, egli lo richiama indietro e gli dice ancora:

— Ah! ditele... che... le voglio un gran bene.

— Eh!... questo s’intende, — risponde Pasquale.