X.

Così sono trascorse quasi quattro settimane, nelle quali Pasquale non è rimasto colle mani in mano: subito nei primi giorni inquietato dalle intimazioni di Maurizio, s’è recato dal giudice del mandamento, il quale gli ha detto che avuto riguardo all’infermità della contessina, questa poteva rimanere al castello fino a guarigione finita ed occuparvi due stanze; ma l’ha consigliato a rimettere tutto il resto senz’indugio, perchè il contegno della contessina non avesse l’aria di una detenzione abusiva.

Veduto poi che il male si dileguava, si diè attorno per trovar di allogare la contessina; non sapendo s’ella avesse parenti ne ha scritto ad un vecchio cavaliere, amico della contessa, che molto tempo prima veniva tutti gli anni ad Ormeto a farle una visita. L’amico ha risposto così evasivamente che de’ parenti, che potessero alla contessina venire direttamente in aiuto, non ne conosceva; che unico partito conveniente per lei sarebbe quello di entrare nel Ritiro delle vedove e nubili, sulla collina di Torino, luogo decente e arioso; che se la contessina voleva, ne avrebbe parlato al marchese Pamparato per farvela ricevere, che anzi la consigliava di scriverne ella stessa al marchese.

Intanto Maurizio ha installati al castello nelle stanze del piano terreno due famiglie d’inquillini, quattro creature sue; e da parecchi giorni quattro paia d’occhi e altrettanti d’orecchi si danno la muta nel vegliare sugli interessi del proprietario. Pasquale è fuori dei gangheri, egli brontola tutto il giorno e lancia moccoli contro tutti quei della cascina, non escluso il dottor Giulio di cui, a dir il vero, egli comincia ad aver piene le tasche.

Un bel giorno entra nelle stanze della contessina dopo una visita piuttosto lunghetta di Giulio, e, sempre coll’usato rispetto, ma con piglio di visibil malumore, domanda:

— Cosa dice di bello il medichino?

Maria risponde sorridendo:

— Curioso! mi dice tante belle cose.

Pasquale si lascia sfuggire un gesto dispettoso, ma subito si pente e rimane afflitto, mortificato.

Maria gli viene accanto, e postagli una mano sulla spalla, gli dice carezzevole:

— Suvvia, hai da dirmi qualche cosa: dilla; tu sai che qualunque cosa sia detta da te non può spiacermi.

Pasquale la guarda intenerito e con rispetto.

— Cos’hai da dirmi?

— Io sono uomo grossolano, ma comunque sia ho le mie opinioni; e non so capire cosa voglia il medichino. Io dico che il meglio di tutto sarebbe ch’egli s’intromettesse per liberarla da questi cani, per farla rispettare, egli che lo può, e poi le dicesse:

— «Stia qui finchè non ha trovato un posto dove andare...»

Maria gli pone la mano sulla bocca e dice in fretta:

— Zitto, zitto, se lo potesse l’avrebbe fatto.

E soggiunge:

— Egli non sa nulla.

— Come? viene due volte al giorno e non vede cosa si fa lì abbasso? Coloro là non sono forse suoi dipendenti? non li conosce? Dica piuttosto...

— Cosa?

— Che... anche lui è della famiglia.

— Oh! Egli è stato così buono con me...

— Anche gli altri sono buoni; buoni a tutto... fuorchè a far del bene...

La contessina non è persuasa, ma le parole di quell’uomo affezionato la scuotono dolorosamente.

Pasquale continua:

— Se sapesse come la conosco io quella razza lì; quando fanno bella ciera è quando ne studiano qualcuna delle più triste; essi non sono come noi, non parlano per farsi capire ma per non lasciarsi capire.

Maria dice con qualche amarezza:

— Insomma, di’ subito che non sei contento che il dottore venga a vedermi...

— Oh, lei è padrona di fare quel che vuole.

— Ma tu non sei contento... io lo vedo; e, senti, io voglio fare tutto quello che mi dici... sai bene che voglio ascoltarti in tutto... Perchè non mi consigli... non mi dici schietto il tuo parere?... Guarda; per farti piacere, il dottore non voglio più vederlo.

Così dicendo si volta dall’altra parte, s’allontana e va a sedersi nella poltrona accanto al camino.

Dopo qualche minuto ripiglia:

— Ma di’, come si fa, quando viene, a mandarlo via?

Pasquale non sa cosa rispondere.

— Finchè sono qui in casa sua, per questi pochi dì che ci devo rimanere, non posso chiudergli l’uscio in faccia, non è vero? non posso.

— No... — mastica Pasquale fra i denti.

La contessina s’alza vivamente, s’avvicina di nuovo a lui.

— Bisogna ch’io continui a riceverlo; ma, senti: tutte le volte che viene tu starai qui a farmi compagnia; sì, sì, lo voglio.

Pasquale fa qualche ritrosia e poi si lascia persuadere; non avrebbe mai osato proporre una cosa simile; l’avrebbe creduta un’irriverenza bella e buona verso la contessina; ma, poichè lei lo vuole, questo fa piacere anche a lui. Egli accetta di buon grado questa nuova funzione e comincia subito nella sera stessa. Quando viene il dottore dopo cena, egli rimane là in un canto, silenzioso, riverente, ma immobile, duro come una pietra.

La contessina Maria accoglie il dottore con un fare contegnoso che non è tutto volontario; i discorsi cadono più presto del solito, e il dottore se ne va di buon’ora.

Lo stesso avviene all’indomani mattina; Giulio s’inquieta, pare accorgersi di qualche cosa, e la sera non si fa vedere.

Pasquale fa di tutto per intrattenere la contessina, che è molto distratta e di malumore.

Il giorno dopo uno degl’inquilini del pian terreno, con pretesto di venir a cercar Pasquale, penetra fin nella camera della contessina; uscito di là, egli se ne va difilato da Maurizio a dirgli che la signorina è alzata, sta benissimo e che la storia della malattia è una famosa carota tallita.

Maurizio fa in conformità a questa cognizione i suoi passi per costringere la signorina a sloggiare.

Nello stesso tempo arriva una lettera del vecchio cavaliere, colla data di due giorni prima; egli scrive «che ha parlato al marchese di P***, il quale si mostrò favorevolissimo alla sua preghiera, e gli ha detto che la contessina può considerarsi come accettata nel ritiro; che però non si tratta più che di sapere il giorno in cui potrà essere presentata e che a questo effetto egli ha per l’indomani un appuntamento col marchese. La contessina si tenesse dunque pronta a partire quando che sia.»

Questa buona notizia non fu accolta da Maria con troppa gioia, e anche Pasquale, che l’aspettava con tanta ansietà, pensando alla partenza della contessina, finisce per non provarne tutta la soddisfazione che credeva.

— Però è una cosa questa, — dice all’ultimo, ed è un comando ch’egli dà alla sua ragione di persuadere il suo cuore.

Il dottore non venne neppure quel giorno.

La mattina di poi egli manda alla contessina un bel canestro di moscatella sana e ghiotta quanto mai.

Maria ne va in solluchero e ne fa una gran festa, tanto che non s’accorge di Pasquale che è entrato in quel punto e che colla sua ciera stravolta fa un singolare contrasto con lei.

Il poveretto ha ricevuto anche lui allora allora un regalo, anzi due.

Il primo da parte di Maurizio, e glie l’ha portato l’usciere della giudicatura; è un regolare diffidamento in forma per la contessina di sgombrare, evacuare, dismettere i locali da lei occupati direttamente o per mediata persona, e ciò subito o almeno entro il termine di due giorni dall’intimazione, sotto le comminatorie legali per la forzata dismessione e pene conseguenti.

L’altro regalo è una lettera da Torino, che porge alla contessina dicendo:

— Vediamo questa.

È ancora del cavaliere; due sole righe:

«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo ritorno.

Con dispiacere

Vostro umiliss., ecc., ecc.»

Pasquale resta fulminato; si butta sopra una sedia, si pone una mano sulla fronte, sugli occhi, si soffia il naso e riflette lungamente in silenzio:

— Signorina, — dice poi, — bisogna cercare per adesso un altro luogo per lei.

— Perchè?

— Perchè lei deve uscire di qui fra tre giorni; e l’ordine è venuto insieme coll’uva del medichino. Glie l’ho detto io che gente sono quelli là!

La contessina resta senza fiato.

— Bisogna cercare un qualche posto provvisorio; le toccherà contentarsi di quel che si può avere.

— Ma, povero Pasquale, dove vuoi ch’io mi trovi il posto provvisorio, — esclama piangendo la contessina, — dove vuoi che vada a cercarlo? perchè lo dici a me questo?...

— Egli è che... se lo vuole, il posto, così com’è, io l’avrei trovato... un buco, un letto.

— Dove?

— In casa mia.

— Oh Pasquale, mio buon Pasqualone!

— Vuole? — domanda trepidante il contadino.

— Ma sì, ma sì; io starò meglio di qui con voi altri due: qui mi annoio.

E la contessina, tutta rasserenata, scuote a Pasquale le due mani, e Pasquale ride anche lui tutto contento. Maria però si rannuvola tutto ad un tratto.

— Ma, povero Pasquale, io vi darò fastidio a voi altri.

— Oh giusto! lei mi farà un grande onore.