VIII.
L’indomani il dottor Giulio deve fare la visita promessa.
È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue spiegazioni.
Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da due giorni osserva sul viso del suo medichino.
Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca; ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è alzato e s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.
La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.
La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.
Giulio si scuote, e le chiede:
— Come sta?
— Meglio; non viene a vederla?
— Ah! sì...
S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere atteso.
La donna annunzia il dottore alla contessina e questa risponde:
— Venga, venga.
Giulio allora entra. La contessina si tira in fretta le coperte fino al mento e lo saluta con un cenno di capo.
Gli occhi di lei mostrano i segni del pianto di molti giorni, e sono pieni di lagrime.
Giulio s’inchina profondamente, s’avvicina in silenzio: le chiede del suo stato, l’esamina in fretta e poi ad un invito si siede al capezzale.
Tacciono tutti e due qualche minuto, poi la contessina dice:
— Dottore, so che lei è stato qui iersera, la ringrazio.
Giulio fa un’esclamazione sommessa e non risponde.
La contessina si volge a guardarlo e soggiunge:
— Sa che da me non l’avrei riconosciuto? l’ultima volta che l’ho visto era tanto giovane ancora, non aveva barba affatto: e sono quasi otto anni; era ad una festa al castello di Cortanze.
— Lei si ricorda di quel giorno?
— Altro che, e lei?
— Anch’io... lei portava un abito violetto a balze bianche.
— È vero.
— Io me ne stavo vergognoso in un canto ed in silenzio, intimidito da tutta quella compagnia di signori: e lei nel cotillon venne a prendermi per danzare.
— Poi quando uscii io l’ho salutato e lei non mi ha risposto...
— Io non me ne sono accorto; non osavo guardarla...
— Aveva paura di mia nonna? — domanda con un leggiero sorriso la contessina; poi subito si abbuia e sclama sottovoce singhiozzando:
— Povera nonna!
Essa piange qualche minuto in silenzio, volgendosi dalla parte del muro; le sue treccie bionde si sciolgono e s’attortigliano sul guanciale.
Infine riesce a calmarsi e soggiunge:
— Lei sta a Torino?
— Sì.
— Tutto l’anno, anche la state?
— La state vo ad Acquasana.
— Torino! com’è bello Torino! come ci andrei volontieri!
— Ma non ci va ella adesso?
La contessina crolla malinconicamente la sua testina.
— Ma non ha i parenti colà?
— Ma... non so...
— Oh!
— Sì, forse qualcuno che non conosco, che non ho mai visto, che non sa neppure ch’io viva.
Poi aggiunse amaramente:
— Meglio così...
— Perchè?
— Perchè l’entrare in casa di gente che vi prende per farvi una grazia è cosa che mi spaventa; io...
— Dunque!
— Dunque ci penserà Pasquale a collocarmi; io sono stanca, non sono buona di pensare alle cose mie; me lo diceva sempre la povera nonna. Pasquale è la mia grossa provvidenza; io mi sono rimessa in lui.
— Pasquale, il suo servo?
— Pasquale non è servo; è nostro grande amico, egli vien qui per affezione... ha la disgrazia di volerci bene...
— Perchè dice disgrazia?
— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno prosperato...
Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due restano impacciati.
Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende congedo.
La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.
Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.
— Tornerò stasera, — egli dice.
— Grazie.
La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso, con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.
La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli dice:
— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.
Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una manica di battista fina, benchè un po’ logora.