IV.
Comincia a far l’alba; un’alba di novembre: squallida, triste, proprio da funerale. Un nebbione pesante, viscido, acre, s’innalza dalla valle e avvolge il villaggio in una nuvola fitta che rasenta il suolo, si scompagina rompendosi lentamente in mille direzioni. Qualche debole raggio di luce penetra in quella massa grigia e vi pinge dei pallidi nimbi; poi una folata di nebbia lo nasconde, lo assorbe; poi il raggio ricompare di nuovo più chiaro e più diffuso; poi dispare ancora in un’altra folata più scura.
La campana della parrocchia suona l’avemaria con un far lento e di malavoglia, come se non fosse sveglia del tutto: i colpi accoppiati si succedono a intervalli sempre più lunghi; affievoliscono e terminano con alcuni rintocchi funebri.
La piccola campana dell’Annunziata e la campanella di Sant’Anna, due cappelle che stanno ai capi opposti del villaggio, le rispondono subito con alcuni rintocchi affrettati, quasi impazienti, e paiono rimbrottare la maggior sorella del suo ritardo.
Un quarto d’ora dopo due strupi, uno di umiliate, l’altro di battuti, vestiti del camice di tela, salgono rapidamente, come incalzantisi l’un l’altro, il sentieruolo del castello colle loro due croci; il rumore dei passi segna la misura ad un confuso borbottío di preghiere.
Due che hanno mancato al ritrovo seguono alla lontana e, col camice ripiegato sotto il braccio, discorrono tranquillamente di concimi, di sementi e del tempo che fa.
Le due confraternite, o almeno i rappresentanti di esse, arrivano sulla spianata della collina e del castello. Quivi li attende Pasquale, smorto come un dissotterrato.
Il priore dei battuti gli chiede:
— Il vice-curato è venuto?
— Non ancora, — risponde con voce rauca.
Poi conta con dolorosa meraviglia i sopravvenuti.
Sono nove umiliate e sette battuti: in tutto quindici persone.
— Così pochi?... — egli soggiunge in tono di rimprovero.
— Eh, — risponde il priore, — cattiva stagione per le sepolture; tutti hanno la sementa, guai se il tempo si guasta!
— Io, vedete, son venuto proprio per riguardo a voi, — ripiglia un altro battuto; — ho mandato i buoi innanzi col ragazzo e mi aspettano per seminare. Si parte subito?
— Quando viene il prete, — replica Pasquale; e li introduce tutti quanti in una vasta cucina al pianterreno, dai muri nudi, scrostati e corrosi dal nitro.
In mezzo, sopra una tavola, parata con un ricco tappeto, sta la bara: un operaio, aiutato dal becchino, sta per adattarle il coperchio.
— Volete vederla? — dice questi volgendosi a due donne che gli stanno vicino.
Le due donne, esitando, s’accostano alla bara: vi danno un’occhiata.
— Maria Verginei — esclama una di esse, — che lenzuolo!... tutto rammendato...
— Povera cristiana! — soggiunge l’altra, una vecchia con volto impietosito e gli occhi pieni di lagrime, — povera cristiana, ella non ne aveva più altri.
Pasquale si fa innanzi bruscamente, e con cipiglio garrisce i due uomini dicendo:
— Andiamo... cosa fate?... copritela.
Essi obbediscono, soprappongono il coperchio e il falegname comincia a inchiodarlo. I colpi di martello rintronano fragorosi, rimbombano cupi per le stanze vuote del pianterreno, vi destano echi profondi e paurosi. Tutto il castello, quella povera ruina deforme, rimasta in piedi per lo sforzo disperato della contessa, pare urli sulla sua bara e voglia sfasciarsi e crollare sovr’essa.
Un grido acuto, straziante, risponde dalle stanze del primo piano.
Pasquale abbrividisce e tosto dice con gran collera:
— Imbecille, avevi promesso di far piano.
— Hai paura che si risvegli? — risponde l’operaio.
Pasquale si lancia a chiudere le porte.
Poi ritorna barcollando e accostandosi ad un’altra tavola sotto la finestra dove stanno alcuni fasci di cera, li slega e comincia a distribuirli agli astanti.
Egli dà agli uomini un cero per uno e una candela a ciascuna donna.
— A me spetta un altro cero, — dice il priore.
E Pasquale:
— Eccovi il cero.
— E dite un po’, dove sono gli altri dodici per l’oblazione alla compagnia? — risponde il priore, vedendo che non ne rimangono sulla tavola che altri cinque.
— Come, altri dodici ce ne vogliono?
— Sicuro, non lo sapete?
— Ma se ve ne ho dato uno per uno, quanti ne volete?
— Ma quelli non si debbono adoperare.
— Ma se l’oblazione l’ho fatta ieri in danaro.
— Avete pagato solo ventiquattro lire; i ceri non sono compresi.
— Il vostro vice-priore mi disse che non occorreva altro...
— Ma egli non intendeva...
— Io gli ho parlato chiaro...
— Ma che! Suvvia! — gridano tutti in una volta.
In quella sopraggiunge il vice-curato, a cui si rimettono i contendenti.
Il prete dà ragione al priore.
— Allora Pasquale si rassegna e dice:
— Bene, prendete questi, gli altri ve li darò.
— Quando?
— Dopo la sepoltura.
— Ciò non è regolare, io non mi muovo se prima non li ho tutti quanti.
— Questa povera creatura, — dice Pasquale, quasi singhiozzando, mostrando la bara, — ha ella mai fatto torto ad alcuno d’un centesimo?
— Ma, caro mio, facciamo le cose come vanno fatte.
Pasquale capisce che le preghiere non giovano e manda pei ceri un suo ragazzo. Questi ritorna dicendo che lo speziale vuol essere pagato subito.
Il pover’uomo inghiotte le lagrime di rabbia e di dolore che gli vorrebbero sprizzare dagli occhi; poi esce, a furia corre a casa sua in paese e incontra la moglie che sta per avviarsi al castello.
— Torna indietro, — le dice, — dammi quei danari.
— La donna obbedisce, e mentre sta cavando le monete da un involto domanda timidamente:
— Sono per la sepoltura?
— Spicciati.
— Ma la contessa non ve li ha dati in conto del vostro servizio?
Dopo mezz’ora egli era di ritorno al castello coi ceri.
— Vuoi vedere che fa lui le spese di tutto? — dice un battuto.
— Che minchione! — risponde un altro.
Ogni difficoltà è rimossa: si accendono i candelotti che il priore per la solita saggia economia ha legati ai ceri ed alle candele; quattro battuti alzano il feretro sulle spalle, il vice-curato intona il Miserere, si formano le file; la sepoltura s’avvia.
Pasquale rimane l’ultimo sulla porta.
— Canaglia! — egli esclama, — una volta venivano qui a centinaia, ora anche a pagarli non si possono avere. — E rompe in uno scoppio di pianto. S’asciuga in fretta gli occhi, mette la giubba delle feste, il cappello delle occasioni solenni, poi chiude la porta e si avvia anche lui dietro la comitiva.
È giorno fatto. Una brezza acuta incalza la nebbia e scuote dai rami degli alberi i rabeschi della brina, li stritola e li sparpaglia per l’aria in un polvericcio bianco. L’orizzonte si allarga un po’, ma il cielo è color di cenere, cupo, basso, pesante.