ATTO SECONDO.

Laboratorio fotografico di Erminio Ekdal — La stanza è una specie d’ampio abbaino, va cioè il soffitto abbassandosi verso il fondo; il tetto all’estremità è a vetriate con tende bleu. — In fondo una porta doppia che si apre spingendola ai lati. — A destra due porte; quella in fondo, d’entrata; quella avanti, conduce alle stanze degli Ekdal, tra le due porte un tavolo e un divano. A sinistra due porte, tra queste una stufa di ghisa. Il laboratorio è semplice ma comodo. — Un tavolo in mezzo, una vecchia poltrona dinnanzi alla stufa, in fondo a sinistra una grande scansia con libri, bottiglie, scatole, ecc. Due o tre macchine fotografiche, utensili fotografici, sui tavoli fotografie, pennelli, ecc. Sedie. Un attaccapanni. Sul tavolo addossato alle pareti di destra una lampada accesa, con paralume, rischiara la stanza.

SCENA I. Gina e Edvige poi il vecchio Ekdal.

(Gina siede su una sedia accanto al tavolo di destra e sta cucendo. — Edvige siede sul divano, e parandosi con la mano la luce, legge attentamente con i gomiti appoggiati al tavolo).

Gina. (Guarda Edvige con aria di compassione) Edvige!

Edvige. (Non sente e continua a leggere).

Gina. (più forte) Edvige!

Edvige. Cosa vuoi mammina?

Gina. Cara Edvige, tu non dovresti più leggere.

Edvige. (con voce carezzevole) Ancora un pochino mamma.

Gina. No, no, metti via il libro. Tuo padre non vuole, anche lui non legge mai la sera.

Edvige. Papà non ama quanto me la lettura. (chiude il libro).

Gina, (posa il lavoro, prende sul tavolo una matita e un pezzo di carta e guardando Edvige) Quanto abbiamo speso per il burro?

Edvige. (dopo aver pensato un poco) Una corona.

Gina. Va bene (nota) poi il formaggio (c. s.) il salame (c. s.) il pane.... (somma) Due e uno tre, tre e cinquanta, quattro e uno cinque.

Edvige. Ti sei ricordata anche della birra?

Gina. Sì (fa ancora la prova dell’addizione) Abbiamo speso molto.

Edvige. E sì che abbiamo mangiato poco, non essendoci papà non abbiamo acceso il fuoco.

Gina. E oggi incassi per vendita di fotografie, nove corone.

Edvige. Bada non sbagliare.

Gina. No, no, non dubitare.

(Gina pensierosa prende il lavoro e ricomincia a lavorare. Edvige con una matita disegna su un foglio di carta, tenendosi la mano sinistra sugli occhi).

Edvige. Non so perchè, ma mi rincresce che papà oggi sia a desinare in casa del signor Werle.

Gina. No, egli è dal figlio del signor Werle. (dopo breve pausa a capo chino) Col vecchio noi non abbiamo alcun rapporto.

Edvige. Però aspetto il babbo con desiderio; mi ha promesso di pregare la signora Sorbi di dargli qualche cosa di buono per me.

Gina. (sempre a capo chino) Eh! in quella casa, sì, che c’è l’abbondanza.

Edvige. (sempre disegnando) Ti confesso che ho un poco d’appetito.

(Entra il vecchio Ekdal con un pacco di carte sotto il braccio e tenendo un involto che cerca nascondere).

Gina. Oh! nonno, quanto ha tardato questa sera.

Ekdal. Lo studio era chiuso e Groberg mi fece tanto aspettare!... Mi toccò attraversare tutto l’appartamento.

Edvige. Ti hanno dato qualche cosa da copiare?

Ekdal. Non vedi? Tutto questo pacco.

Gina. Meno male.

Edvige. E quell’involto che hai lì sotto?

Ekdal. Non è nulla, non è nulla. (posa il bastone in un angolo) Ho da lavorare molto oggi (va al fondo, apre mezza porta e guarda nell’interno, poi richiude e borbotta tra i denti) Bene, bene, dormono assieme, poveretti si sono messi nel paniere. (sorride soddisfatto).

Edvige. E non avranno freddo nel paniere, nonno?

Ekdal. Che ti salta in mente, in mezzo alla paglia. (si dirige verso la porta di sinistra) Dove sono i fiammiferi?

Gina. Di là sul canterano.

(Ekdal entra nella sua stanza).

Edvige. Sei contenta, eh? che il nonno abbia avuto molto lavoro?

Gina. Sì, povero vecchio. Almeno potrà guadagnare qualche cosa.

Edvige. E non starà tutto il giorno alla bettola della Ericsen.

Gina. Anche per questo (breve pausa).

Edvige. Papà sarà ancora a tavola.

Gina. Può darsi.

Edvige. Chissà quante buone cose gli daranno! Stasera papà sarà contento?

Gina. Se almeno gli si potesse dire che abbiamo affittato la stanza.

Edvige. Per questa sera non ce n’è bisogno.

Gina. Ma non la va sempre bene.

Edvige. Non m’hai capito, intendo dire che per questa sera sarà già di buon umore?

Gina. (guardandola) Sei contenta dunque di vedere tuo padre di buon umore.

Edvige. (con trasporto) Tanto! Gli voglio tanto bene!

(Ekdal fa per andare verso la porta di sinistra).

Gina. (volgendosi) Vuole qualche cosa in cucina?

Ekdal. Resta pur a sedere, vado io (esce per l’altra porta di sinistra).

Gina. Purchè non abbia a bruciarsi al fuoco (ascoltando un momento) Edvige, guarda quello che fa.

(Ekdal rientra con una brocca d’acqua bollente e si dirige verso la sua stanza).

Edvige. Volevi dell’acqua bollente?

Ekdal. Sì, ho da scrivere e di là ho freddo.

Gina. Se vuol mangiare di là vi preparo la cena.

Ekdal. Ho da lavorare, per ora non mangio. Ho da lavorare e non voglio che nessuno m’abbia a disturbare (brontolando entra nella sua stanza).

Gina. (dopo breve pausa piano ad Edvige) Dove avrà preso del denaro?

Edvige. Groberg lo avrà pagato.

Gina. No, Groberg lo dà a me.

Edvige. Gli avranno imprestato tanto da comprarsi una bottiglia.

Gina. E chi vuoi che impresti a lui, povero vecchio?